Nuove possibilità per i pianeti di Trappist-1
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Un nuovo studio mostra come, in base alle ipotesi effettuate, uno dei pianeti di Trappist-1 potrebbe mantenere ancora oggi oceani superficiali e un clima temperato.


Fonte The Astrophisical Journal (2018) - “Evolved Climates and Observational Discriminants for the TRAPPIST-1 Planetary System” di Andrew P. Lincowski, Victoria S. Meadows, David Crisp, Tyler D. Robinson, Rodrigo Luger, Jacob Lustig-Yaeger, and Giada N. Arney


Rappresentazione di Trappist-1e. Crediti Wikipedia
Rappresentazione di Trappist-1e. Crediti Wikipedia

Da quando è stato portato alle luci della ribalta il sistema di Trappist-1 è oggetto di una serie innumerevole di articoli, forse anche troppi. Si tratta comunque di un ottimo viatico per il miglioramento dell'analisi e della caratterizzazione delle esoatmosfere, cioè dell'atmosfera  di esopianeti, anche se si resta nell'ambito della pura speculazione e delle ipotesi che negli ultimi tempi hanno visto i pianeti come rocciosi, oceanici, abitabili e non abitabili. 

L'ultimo studio, di fine 2018, vede sei dei sette mondi di Trappist-1 come possibili copie in miniatura di Venere, mostrando quindi la possibilità di una evaporazione prematura di eventuali oceani causa di atmosfere altamente dense. Il settimo, il pianeta e, potrebbe essere differente e aver mantenuto i propri oceani. 

Il problema riguarda essenzialmente la stella centrale, una nana rossa di classe spettrale M che, come tale, detiene un comportamento del tutto particolare, fatto di potenti flare e comunque di una struttura e natura nettamente diversa da quella del nostro Sole. 
In base allo studio, quindi, il pianeta più prossimo alla stella (b) sarebbe estremamente caldo, privo di qualsiasi nuvola data l'evaporazione subita. I pianeti c e d possono essere simili a Venere mentre il pianeta e sarebbe quello con la maggior probabilità di ospitare acqua superficiale. Proseguendo, i pianeti f, g e h potrebbero essere di nuovo come Venere oppure ghiacciati (un range di probabilità piuttosto ampio, quindi) dipendentemente dalla quantità di acqua presente sul pianeta al momento della formazione. 
Nel caso di evaporazione di acqua, la radiazione ultravioletta provvederebbe a spezzare le molecole in idrogeno e ossigeno, con il primo dotato di maggior volatilità e quindi maggiormente capace di fuggire nello spazio lasciando una atmosfera di ossigeno di origine abiotica.