Il processo principale dell'emissione infrarossa nella fusione galattica
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Un effetto a metà tra burst di formazione stellare e meccanismo di AGN: qualche indicazione ma si attende un campione più elevato di fusioni galattiche.


Fonte The AGN Luminosity Fraction in Merging Galaxies - arXiv (Jeremy Dietrich et al. Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics)


Le collisioni galattiche maggiori inducono un aumento di luminosità soprattutto nella parte infrarossa, tanto da rendere questi oggetti tra i più luminosi in questa banda elettromagnetica. Proprio questa caratteristiche consente lo studio di fusioni a distanze molto elevate e deriva da due processi in particolare: il burst nella formazione stellare oppure l'alimentazione al buco nero supermassiccio presente al centro della galassia. Due processi estremamente diversi ma che presentano differenze in realtà molto lievi dal punto di vista osservativo, tanto che spesso gli astronomi utilizzano la forma dell'intera emissione dalla zona ultravioletta a quella infrarossa. Se a dominare nelle fusioni del primo universo fosse stata la formazione stellare, allora oggi vedremo molte stelle risalenti a quell'epoca. Se invece a dominare fosse la componente AGN, allora dovremmo vedere meno stelle e più getti. L'analisi di ventiquattro esempi vicini e luminosi di fusione ha tentato di capire quale sia il processo più rilevante a oggi scoprendo che in alcuni casi circa il 90% del totale della luminosità sia da attribuire all'effetto AGN, mentre in altri casi lo stesso contributo scema fino al 20% o a valori del tutto trascurabli. Il campione relativamente piccono non ha consentito di stabilire se esiste un legame tra questo contributo e lo stadio di avanzamento della fusione, ma sicuramente se ne riparlerà in seguito.