Se trovassimo esovita, sapremmo riconoscerla?
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Sempre più c'è la necessità di elaborare una serie di biomarcatori che, messi insieme, siano in grado di aumentare le probabilità di individuare un esopianeta come abitabile.


Fonte Exoplanet Biosignatures: A Review of Remotely Detectable Signs of Life - Astrobiology (Edward W. Schwieterman et al.)


Sapremmo riconoscere la vita, scoprendo un esopianeta abitato? La risposta richiede competenze astronomiche, biologiche e geologiche e non solo e il team NASA Nexus for Exoplanet System Science (NExSS) ha proprio questo obiettivo: passare dalla teorizzazione alla pratica necessaria a rispondere alla domanda e, soprattutto, a scartare i falsi positivi in favore di una certezza.  Innanzitutto la tecnologia: il nuovo James Webb Telescope consentirà di caratterizzare sempre meglio le esoatmosfere degli esopianeti rocciosi e a questo si aggiungeranno il Giant Magellan Telescope e l'Extremely Large Telescope, entrambi in Cile.  La luce di mondi lontani può portarci a scoprire - ad esempio - variazioni stagionali legate al ciclo delle piante e questo può essere un indizio notevole anche se molte delle stelle che oggi indichiamo come le più promettenti orbitano intorno a stelle molto fredde con emissione principale in infrarosso. Processi del tutto abiotici potrebbero trarci in inganno quindi anziché andare a monitorare un singolo elemento dovremmo operare su una serie di elementi congiunti che, messi insieme, possono fornire una prova. E questi elementi possono anche essere diversi da quelli che vediamo sulla Terra, vista la tendenza della vita a adattarsi a tutto. L'ossigeno rimane il biomarcatore prevalente ma non è esente da falsi positivi visto che può essere generato da processi abiotici. Un pianeta con basso livello di ossigeno, invece, potrebbe avere forme di vita come la Terra prima dell'accumulazione globale di ossigeno atmosferico.