Fulmini gioviani: risolto un mistero di decenni e aperte altre domande
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Dai tempi delle Voyager ci si chiede come mai i fulmini di Giove non siano visibili in determinate bande radio: i dati di Juno offrono la risposta ma aprono la strada ad altre domande.


Fonte Prevalent lightning sferics at 600 megahertz near Jupiter's poles - Nature (Shannon Brown et al.)


  I fulmini registrati nell'atmosfera di Giove dalla Voyager 1 a Marzo 1979 sono sempre stati un mistero anche se la loro teorizzazione era già secolare. Il mistero consisteva nel fatto che i fulmini e i segnali radio non trovavano corrispondenza nei segnali radio prodotti dai fulmini terrestri e questa differenza è sempre stata inspiegabile. I fulmini gioviani sono simili ai nostri sotto alcuni aspetti ma opposti sotto altri punti di vista. A prescindere dal pianeta, i fulmini spediscono onde radio nel momento in cui attraversano il cielo ma fino ai dati della sonda Juno ogni fulmine gioviano era osservabile in luce visibile oppure nella parte radio dei kilohertz, per sparire totalmente nella zona dei megahertz. La strumentazione della sonda Juno ha consentito di registrare, finalmente, 377 scariche elettriche anche nella zona dei megahertz così come nel range dei gigahertz, cosa che ci si attende. A parte la sensibilità degli strumenti, gli scienziati ritengano plausibile che la detection dei segnali radio sia stata resa possibile dalla vicinanza della sonda ai fulmini.  Ci sono, però, differenze rispetto alla Terra in termini di distribuzione dei fulmini sul globo planetario: c'è molta attività nei pressi dei poli di Giove ma non all'equatore, cosa che per il nostro pianeta è del tutto opposta. La risposta può stare nel calore: la Terra prende gran parte del calore dalla radiazione esterna, per gentile cortesia del Sole, e particolarmente nella fascia equatoriale e qui si produce la maggior parte dei fulmini.  Giove si trova distante dal Sole cinque volte più di quanto non lo sia la Terra il che vuol dire che riceve radiazione solare in misura 25 volte inferiore, mentre gran parte del calore preso dall'atmosfera deriva dall'interno del pianeta stesso. La radiazione solare, tuttavia, non è irrilevante e scalda l'equatore più di quanto non scaldi i poli, come da noi e questo calore è ritenuto sufficiente a creare stabilità in alta atmosfera inibendo la risalita del calore dall'interno. I poli non presentano questo calore in alta atmosfera e non hanno la relativa stabilità, il che consente ai gas di risalire innescando la convezione e creando le condizioni per i fulmini.  Resta aperto il discorso sulla distribuzione tra i poli, visto che il Polo nord sembra più attivo del suo corrispettivo sud ma i dati di Juno aiuteranno di sicuro a far luce visto che in poche orbite la sonda è riuscita a catturare un picco di attività elettrica in grado di scatenare quattro fulmini al secondo, un tasso molto più alto di quello noto fino a oggi.  Proprio per Juno, la NASA ha annunciato a metà 2018 un update delle operazioni scientifiche fino a Luglio 2021, aumentando di 41 mesi le orbite intorno al pianeta. Una estensione che consentirà di raggiungere l'obiettivo primario visto che la sonda, a causa di problematiche, si trova in un'orbita di 53 giorni anziché dei pianificati 14.