Dentro i getti relativistici e la loro stabilità
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Getti le cui particelle raggiungono il 99.% della velocità della luce e che, nonostante la distanza, sembrano mantenere una stabilità difficile da spiegare. Il ruolo della pressione del gas


Fonte - - NASA site (JPL)


I getti che fuoriescono dalle regioni centrali delle galassie sono una sorta di mistero: emergono da una regione piccola come l'orizzonte degli eventi ma per una lunghezza pari a miliardi di volte quella di provenienza restano stabili per lungo tempo, fino a perdere coerenza e sviluppare lobi o pennacchi. Il primo getto fu scoperto nel 1918 da Heber Curtis in M87 e negli anni Settanta Bernie Fanaroff e Julia Riley fornirono una classificazione in due gruppi: getti che perdono luminosità con la distanza dall'origine e getti che invece acquisiscono maggior luminosità nelle zone più distanti, con gli ultimi 100 volte più luminosi dei primi. Le velocità raggiunte sono circa il 99.9% della velocità della luce e questo fa dilatare il tempo secondo quanto previsto dalla relatività speciale di Einstein. Per questo, diverse parti del getto impiegano un tempo più lungo a comunicare l'una con le altre e a influenzarsi a vicenda. Questo protegge il getto dalla distruzione ma la perdita di comunicazione non dura per sempre. L'espansione fa calare la pressione nel getto mentre la pressione del gas circostante non decresce allo stesso tasso, il che può indurre il gas esterno a vincere contro la pressione del getto, contraendo quest'ultimo. Le parti del getto a questo punto vengono così a contatto da riuscire a comunicare di nuovo e se qualche parte è instabile l'effetto si può propagare ovunque.  I getti diventano instabili a causa dell'instabilità centrifuga, la quale inizialmente influisce sull'interfaccia con il gas galattico ma che, una volta contratto il getto per la pressione esterna, abbraccia l'intero getto, curvandolo. In base alla distanza alla quale questo accade, rispetto all'origine dei getti, si ottengono le due classi create negli anni Settanta.