Un nuovo strumento per cercare la vita aliena
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Un metodo statistico strizza l'occhio agli alieni: la certezza di essere soli la avremmo soltanto dopo aver sondato invano in un raggio di 40 mila anni luce


Fonte Claudio Grimaldi et al, Bayesian approach to SETI, Proceedings of the National Academy of Sciences (2018)


Visione schematica della Via Lattea con sei emissioni isotropiche a formare emissioni radio a forma sferica. Crediti Claudio Grimaldi/EPFL
Visione schematica della Via Lattea con sei emissioni isotropiche a formare emissioni radio a forma
sferica. Crediti Claudio Grimaldi/EPFL

La ricerca di civiltà tecnologicamente avanzate è uno degli aspetti più importanti dell'astronomia e gli studi e i progetti si susseguono anche se, finora, senza nessun risultato. Never give up, tuttavia, e così il progetto SETI ha rinvigorito il proprio interesse dopo la scoperta di migliaia di esopianeti, nuovi strumenti come lo Square Kilometer Array (SKA) scandaglieranno il cielo in maniera sempre più approfondita e progetti privati, come Breakthrough Listen dell'imprenditore russo Yuri Milner, porteranno presto avanti il discorso.

Un nuovo modello statistico basato sul teorema di Bayes elaborato da un team dell'EPFL guidato da Claudio Grimaldi - già nostro ospite - si prefigge di fornire una stima interpretativa del grado di successo o di insuccesso di una osservazione a diverse distanze dalla Terra. Si calcola, in pratica, la probabilità residua di rilevare un segnale all'interno di un dato raggio intorno alla Terra. 

Se, ad esempio, non viene rilevato nulla entro i mille anni luce, c'è ancora una probabilità superiore al 10% che la Terra si trovi invece nella possibilità di rilevarli con una tecnologia superiore, una volta raggiunta. La probabilità sale al 100% se viene rilevato anche un solo segnale entro il raggio di mille anni luce e in tal caso potremmo essere certi che la Via Lattea sia piena di vita aliena. 

La probabilità scende drasticamente se non viene riscontrato un segnale entro un raggio di 40 mila anni luce, ma per adesso la ricerca osservativa è arrivata a spingersi fino a soli 40 anni luce, quindi c'è tempo prima di disperare.