L'amazzonia è in fiamme
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L'amazzonia è in fiamme

Agosto ha portato a più di settantamila il conto degli incendi nel polmone del mondo, la foresta dell'Amazzonia. Una serie di giganteschi incendi, del tutto fuori controllo, che hanno reso nero il cielo di San Paolo anche in pieno giorno. Una catastrofe ambientale oltre ogni limite accettabile.

Un polmone verde che sparisce velocemente

Sono più di settantaquattro mila gli incendi nella foresta amazzonica soltanto nel 2019 e contrariamente a quanto avviene nelle latitudini più a nord, il caldo sembra entrarci poco. La voglia di attività produttive distruggerà il polmone della Terra.

Il National Institute for Space Research (Inpe) brasiliano ha contato settantaquattromila incendi nella foresta amazzonica nel solo 2019, un numero che dovrebbe spaventare di per sé ma che non ha trovato clamore fino a che il cielo di una megalopoli come San Paolo è diventato scuro dal fumo. 

La città di San Paolo avvolta nel fumo della morente foresta
La città di San Paolo avvolta nel fumo della morente foresta

In molti, da San Paolo, hanno twittato "L'Apocalisse è qui" senza rendersi conto che l'apocalisse è in atto già da tempo nella "vicina" foresta, nel silenzio generale, a 3.500 chilometri di distanza. Una distanza enorme per il fumo, la stessa che separa Mosca da Barcellona e che tuttavia non è servita a evitare a San Paolo una notte di 24 ore. Acqua piovana totalmente nera e emissioni di monossido di carbonio raccapriccianti, sia per effetti a breve termine sulla respirazione umana sia per effetti a medio termine sulla situazione ambientale mondiale. 

Livelli di monossido di carbonio. Crediti Infoamazzonia
Livelli di monossido di carbonio. Crediti Infoamazzonia

Incendi che si susseguono a ritmi sempre più intensi, guidati non dal surriscaldamento globale - anche in stagione secca l'Amazzonia resta sempre umida e difficilmente soggetta a incendi derivanti dal calore - ma da un'altra faccia della stessa medaglia rappresentata dall'attività umana: la ricerca di territorio da sfruttare per lasciare spazio alle attività produttive quali allevamento di bovini, agricoltura e commercio di legna e di prodotti minerari. Tutte cose che ingolosiscono dal punto di vista economico, scelte che vengono avallate e anche rafforzate dall'attuale classe politica brasiliana ma che si rivelano totalmente deleterie non solo per il Brasile ma per tutto il mondo. 

I primi a soffrirne sono ovviamente gli indigeni, umani e non, costretti a abbandonare i luoghi che rappresentano il loro habitat naturale sia per sfuggire alle fiamme sia per sfuggire ai trattamenti riservati dagli invasori. Solo a fine Luglio 2019, infatti, cercatori d'oro hanno invaso un villaggio indigeno a nord della foresta con fucili e tenuta militare, pugnalando a morte uno dei leader del villaggio, Emyra Wajapi, prima di occupare un terreno di seicentomila acri di estensione. Purtroppo non è neanche questa una novità visto che, secondo l'ONU, crescono sempre più le intimidazioni e gli attacchi messi in piedi non solo da pirati ma anche da multinazionali e governi ai danni di attivisti ambientali. Nel 2018, infatti, sono stati uccisi 164 ambientalisti in tutto il mondo, tre morti alla settimana, oltre a tutti quelli messi a tacere in un modo o nell'altro. Tra i paesi più "meritevoli" in questa classifica troviamo Filippine, Colombia, India e Brasile, guarda caso.

E proprio in Brasile il nuovo presidente, Jair Bolsonaro, incentiva la deforestazione illegale salvo poi sostenere di ricorrere all'esercito per risolvere la situazione degli incendi oramai del tutto fuori controllo. 

La foresta pluviale produce il 20% dell'ossigeno che respiriamo e spazzar via tutti questi alberi abbassa la biodiversità e fornisce una spinta decisiva al riscaldamento globale. Con il governo Bolsonaro la deforestazione è aumentata oltre l'80% e attualmente è in scena un tragico teatrino tra Bolsonaro stesso che accusa le ONG di appiccare fuochi per screditare l'opera del governo e chi invece ritiene che a incendiare la foresta sia l'azione di allevatori e agricoltori alla ricerca di nuove terre.

Anche stavolta se ne è parlato troppo tardi, e se ne è parlato - come si diceva - solo perché il fumo è arrivato su San Paolo. Prima di allora c'era tutto l'interesse a far sì che nessuno sapesse, nessuno intuisse, il danno che si sta arrecando a un pianeta intero. 

Per saperne di più, su Twitter si può seguire l'hashtag #AmazonRainforest

Crediti: Amazon Watch
Crediti: Amazon Watch

 

Ultimo aggiornamento del: 24/08/2019 18:14:33