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Le modulazioni di una stella distrutta

Rappresentazione di distruzione mareale

Rappresentazione di distruzione mareale

Il giorno 11 novembre 2014 qualcosa si è acceso nel cielo e la rete di telescopi robotici di ASASSN (All Sky Automated Survey for SuperNovae) ha catturato un evento subito girato alle altre organizzazioni. L'evento si mostrava fin da subito come una distruzione mareale di una stella (TDE - Tidal Disruption Event) da parte di un buco nero in una galassia distante 300 milioni di anni luce e dalla segnalazione sono partiti 270 giorni di follow-up da parte di numerosi altri telescopi, compreso Swift della NASA. 

Eventi di distruzione mareale sono molto rari, con stime che vanno da un evento ogni 10 mila anni a uno ogni 100 mila anni per una singola galassia, anche se in realtà proprio di recente questa stima sembra essere un po' incerta. Ciò che ha lasciato interdetti, nel caso di ASASSN 14li (questo il nome assegnato all'evento), è stata una modulazione di variazioni luminose nello spettro ottico e ultravioletto alla quale ha fatto seguito, a distanza di 32 giorni, una modulazione in banda X avente lo stesso pattern. 

Come spiegare un simile fenomeno? In realtà la conclusione è abbastanza intuitiva e riguarda la zona di provenienza di queste radiazioni. La radiazione X proviene dalla zona più interna del disco di accrescimento del buco nero formato dai detriti della stella distrutta mentre le variazioni ottiche e ultraviolette si verificano nella parte più distante. I detriti della stella, nel loro disporsi intorno al buco nero creando il disco di accrescimento, collidono l'uno con l'altro creando la modulazione ottica e ultravioletta osservata. Sono gli stessi pezzi che si formano in questo momento che poi, con il tempo, si avvicinano sempre più al buco nero, si scaldano e iniziano a emettere in bande sempre più energetiche, fino a quella X. Questo spiega come mai le bande abbiano la stessa modulazione di variazione: dipende dallo stesso materiale che converge verso zone più interne. 

La fonte è Phys.org


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